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Cocaina
e Cannabis
Apporti
scientifici e riflessi antropologici sul consumo delle
droghe "leggere"
di
Francesco Romano
Introduzione
Il recente dibattito sulla legalizzazione o meno delle sostanze
stupefacenti ha portato alla ribalta della discussione
politica ciò che purtroppo – nonostante o forse a causa
delle attenzioni altalenanti cui è soggetto da parte
della comunità socio-politica – è un fenomeno
storicamente ricorrente: l’abuso delle cosiddette
droghe leggere. Questo costume - per le
generalizzazione a cui assurge in alcuni periodi storici
lo si può spiacevolmente definire così - della società
occidentale mina le basi della civile convivenza
alimentando una spirale di illegalità e di violenza.
Si è pensato, nel presente studio, di ricapitolare i risultati della
moderna ricerca scientifica riguardo gli effetti delle
sostanze stupefacenti più largamente usate (cocaina
e cannabis), considerate droghe leggere,
in modo da offrire una valutazione complessiva dei loro
effetti.
Si è inoltre valutato l’aspetto antropologico del
fenomeno-droga, alla luce di una concezione
personologica dell’individuo. Questa prospettiva,
pensiamo, deve essere tenuta presente da parte di tutti,
insieme all’aspetto medico-scientifico, per una
valutazione complessiva degli effetti sulla persona;
pena lo scadere del dibattito in un bisticcio di voci
dissonanti, parziali o male informate.
-
Cocaina
1.1
Scoperta e storia
Le prime notizie con rilevanza scientifica sull’abuso della cocaina,
risalgono ad un secolo fa. Nel 1859 Albert Niemann, di
Gottingen, isolò e titolò cocaina il principale
alcaloide delle foglie di coca. Nella successiva metà
del secolo una gran quantità di medici e giuristi si
interessarono del potere di questo nuovo e potente
stimolante del sistema nervoso centrale. Secondo la
medicina ufficiale del tempo esso costituì un rimedio a
tutti i mali dell’umanità e i medici lo prescrissero
contro l’alcolismo, la depressione, la dipendenza da
morfina, la tubercolosi, l’impotenza e una gran varietà
di altri malanni.
Il successo di una simile panacea è facile da comprendere. Tirando su
l’umore, incrementando l’attenzione e diminuendo la
fatica, la cocaina costituisce un rimedio sintomatico
(non eziologico) per molte malattie croniche e per la
depressione che spesso accompagna il lungo decorso di
alcuni traumi. Fu solo quando cominciarono a
riscontrarsi sovradosaggio, psicosi paranoide ed
incapacità di interromperne l’assunzione, che
l’entusiasmo per la droga si convertì in delusione ed il
suo uso diminuì. Anche se non è mai cessato del tutto.
Avendo tali proprietà è
quasi inevitabile che la cocaina goda di periodi di
largo consumo. Durante i periodi di disagio sociale
quando la droga è facilmente reperibile, c’è forte
richiesta di potenti anti-depressivi. Affiorano così le
loro conseguenze negative e vengono imposti controlli
legali per cui l’uso di queste sostanze regredisce.
Quando vengono invece dimenticate le complicanze dovute
al loro protratto uso una droga come la cocaina ritorna
in auge
1.2 Modalità di
consumo
La Cocaina è assorbibile
dall’organismo attraverso tutte le membrane mucose.
L’assunzione attraverso la mucosa nasale è preferita
all’assunzione per via orale in quanto permette il
superamento di una prima barriera metabolica – con
conseguente parziale perdita degli effetti stupefacenti
- che è il fegato. Sono usate comunque anche altre
mucose, come quella vaginale e rettale. Tra le
complicanze dell’assunzione della cocaina sniffing,
si annoverano la rinite, qualche volta etmoiditi,
erosione della mucosa e, raramente, perforazione del
setto nasale cartilagineo. L’effetto dopo iniezione
endovenosa si avverte a 15-20 secondi dall’inoculazione.
La somministrazione intramuscolare o sottocutanea furono
utilizzate per i primi anni ma attualmente non sono più
riportate tra le modalità comuni di assunzione.
.
1.3 Il ‘mito’ della
cocaina
Perché si comincia ad
usare la cocaina? Da recenti sondaggi condotti su
giovani, durante il periodo del servizio militare,
pubblicato dal National Focal Point, sul Report annuale
sullo status delle droghe in Italia nel 1999, è
risultato che riguardo al motivo per cui si comincia a
fare uso di sostanze stupefacenti, le due motivazioni
prevalenti sono curiosità (più del 40%) e pressione del
gruppo (più del 30%).
Riguardo il passato, c’è da dire però che l’insorgere dell’uso della
cocaina fu stato accompagnato da due ‘credenze popolari’,
che ne favorirono la diffusione facendone quasi un mito.
La prima è che essa comparve come status symbol,
una droga usata da gente di classe medio-alta, influente
e sofisticata. A parità di peso essa non costa più
dell’eroina. Tuttavia pochi giorni di consumo possono
costare centinaia o migliaia di dollari, a secondo della
purezza della sostanza. Pertanto l’uso abituale e
ripetuto richiede grandi somme di denaro oppure il
consumo di enormi quantità di cocaina.
La seconda ‘credenza’ era che la cocaina fosse una droga sicura (safe
drug), ed avesse pochi o nulli effetti collaterali.
Questa idea può essere sorta poiché i primi consumatori
di cocaina raramente usavano “sniffarla”. Adesso, che
sono più frequenti gli studi su campioni riguardo l’uso
ripetuto per via nasale (compulsive sniffing),
respiratoria (smoke) ed intravenosa, e che la
cocaina è assunta in dosi maggiori, sono state osservate
molte serie e letali conseguenze della dipendenza da
questa sostanza.
1.4 Effetti letali e
non letali
Nel 1987, un comitato di ricercatori impegnati nello studio della
dipendenza da sostanze stupefacenti, raccomandò il
proseguire degli studi sperimentali in cui la cocaina
fosse somministrata ai soggetti sotto controllo medico,
per valutarne gli effetti clinici, sintomatologici e
fisiologici.
In risposta Nahas (1990) ipotizzò che i rischi
conseguenti all’uso sperimentale di cocaina su campioni
umani, superassero i benefici che se ne sarebbero potuti
trarre, e dimostrò questo, in un esauriente studio.
Come si vede, si trattò di una discussione in ambito
medico scientifico tra chi vedeva più gli effetti
benefici di una tale ricerca e chi invece era più
propenso a sottolinearne i danni. Visto che la
discussione si svolgeva fuori da un contesto politico ed
ideologico, i risultati raggiunti sono altamente
attendibili. Questa ricerca – cui rimandiamo per
ulteriori approfondimenti scientifici -, consistette
pertanto in una interessante rassegna degli studi più
seri e specifici degli ultimi anni, sul tema di cui ci
stiamo occupando. I risultati in sintesi furono i
seguenti:
1.
Sebbene
alcuni studi abbiano esagerato nel descrivere gli
effetti negativi dell'uso sporadico di cocaina,
la tossicità di questa droga è documentata sin dagli
inizi del secolo scorso.
2.
Negli
ultimi 10 anni sono stati portati a termine diversi
studi su soggetti umani ai quali è stata fornita cocaina
in diverse dosi e per diverse vie: orale, intranasale,
endovenosa.
I risultati hanno confermato le conclusioni degli
esperimenti condotti sulle scimmie. Ovvero: la cocaina è
assunta dai soggetti spontaneamente e ripetitivamente;
induce rapidamente tolleranza; aumenta la pressione
sanguigna e il battito cardiaco.
3.
I
risultati di questi studi non hanno fornito alcun'altra
informazione che non fosse già nota all'osservazione
clinica come riportato all'inizio del secolo.
Questi includono fibrillazioni e irregolare battito
cardiaco prodotto dalla cocaina, così come gli effetti
dannosi sulle funzioni cerebrali.
4.
Nella
letteratura scientifica americana, dal 1975 al 1987,
sono stati documentati 140 decessi correlati
all'assunzione "recreational use" di cocaina, e questo
non solo in caso di elevata concentrazione plasmatica
(da 0.8 a 800 mg/litro). La qual cosa indica che il
decesso non è necessariamente prodotto da un elevata
dose di droga.
5.
S. Peng e
al. (1987) hanno sottolineato come il danno prodotto
dalla somministrazione sperimentale, sul tessuto
vascolare o cerebrale non debba essere sottovalutato.
6.
In uno
studio recente sono state riscontrate bande necrotiche
di tessuto nel 93 % di muscoli cardiaci, apparentemente
normali, rimossi da soggetti il cui decesso era
correlato all'assunzione di cocaina.
Concludendo il suo
lavoro, Nahas afferma: "Sulla base delle attuali
conoscenze e considerando il grave rischio che comporta
la somministrazione di cocaina a soggetti che già la
assumono abitualmente, l'autore è del parere che la
sperimentazione su esseri umani deve essere sospesa. Al
contrario le linee di ricerca devono essere condotte
verso studi in vitro e in vivo su animali,
così da verificare gli effetti e i meccanismi di
tossicità della cocaina sul cervello, sul cuore, sul
sistema vascolare e sul fegato".
Riguardo gli effetti,
però, ci rimangono da considerare più attentamente anche
quelli psicologico-comportamentali prodotti
dall’assunzione di cocaina.
Il commercio illecito di
cocaina è un’impresa ad alto rischio, della quale la
violenza è una frequente conseguenza. La depressione che
segue l’uso di cocaina (post-cocaine depression)
è così intensa da poter portare al suicidio. La
depressione è apparentemente dovuta all’esaurimento
della dopamina, e all’insensibilità dei recettori
dopaminici, conseguenti l’entrata in circolo della
cocaina. Inoltre il senso di colpa che può affiorare nel
momento in cui si riprende possesso delle proprie
facoltà intensifica la spinta suicida (Cohen, 1981). I
pensieri paranoici che quasi sempre sviluppano i
consumatori abituali di cocaina portano a perdita del
senso della realtà (miscalculation of the environment).
L’eccessiva diffidenza può portare le persone
circostanti a sentirsi offese. I decessi accidentali,
durante intossicazione da cocaina, sono spesso causati
dagli effetti delle illusioni, dei giudizi errati o
delle decisioni affrettate che essa provoca nel
soggetto.
Gli effetti a lungo termine del fumo della pasta di coca e della cocaina
base sono sconosciuti. Riguardo le misure della
funzionalità respiratoria, durante un intervallo di
non-uso, i fumatori sono risultati avere una minora
capacità di eliminazione di CO2 attraverso gli alveoli
polmonari rispetto agli individui normali.
1.5
Dipendenza
Washton (1989) ha riscontrato lo "straordinario effetto additivo della
cocaina" e l'intenso desiderio che provoca di ritornare
all'uso. Questi sono "così potenti da cancellare anche
gli istinti di sopravvivenza".
Risultati provenienti da altri paesi hanno invece
concluso che il consumo di cocaina è legato a scarsi
problemi di dipendenza.
Anche negli stati Uniti ci sono studi in accordo a
questi ultimi.
Al di là di queste
interessanti discrepanze tra ricerche fatte in paesi
differenti, è comunque fuor di dubbio (e supportato da
altri studi) che una stessa droga può indurre differenti
livelli di dipendenza quando somministrata attraverso
differenti vie.
Nei vecchi studi
scientifici, faceva notare S. Cohen (1984), la cocaina
non sembrava dare dipendenza fisica. E il risultato era
corretto, poiché il modesto quantitativo in uso allora e
la frequenza di assunzione da parte del soggetto non
avevano paragone con quelle impiegate oggi.
Le dosi elevate attualmente abituali e la frequenza con
cui è assunta la cocaina oggi inducono tolleranza al
farmaco (con evidente necessità di aumentarne la dose
per ottenere gli stessi effetti) e sindrome d'astinenza
nel momento in cui se ne interrompe bruscamente il
consumo. Quest'ultimo consiste in depressione, tendenza
a mangiare e dormire di più ed insofferenza. I
consumatori sono spinti a tornare all'uso di cocaina
perché fortemente attratti dagli effetti (reward)
di intenso senso di euforia, ma anche per fuggire
l'intenso senso di depressione e il senso di colpa che
si fa presente in caso di uso discontinuo di cocaina.
Inoltre c'è una incapacità di gustare i piccoli piaceri
del vivere perché i centri del sistema nervoso centrale
sono stati sovrastimolati e sono temporaneamente
refrattari agli stimoli normali. A parte la depressione
psichica, la dipendenza fisica non è un fattore
determinante per riportare il consumatore all'uso della
cocaina.
Non sempre le ricerche
su animali possono essere applicate all'uomo. Tuttavia
gli studi sul comportamento di primati che hanno assunto
cocaina, rivela una sorprendente somiglianza con il
comportamento osservato su consumatori cronici di
cocaina. Quando l'accesso alla droga è illimitato, i
primati assumerebbero la droga – ciò avviene,
nell'esperimento, pressando una barra – fino alla morte
o all'insorgere di convulsioni. Se è fornito un maggior
quantitativo di droga i primati sono capaci di premere
fino a 12.800 volte per ottenere una singola dose. I
primati preferiscono la cocaina endovena piuttosto che
le anfetamine, sempre endovena. Essi preferiscono la
droga al cibo che hanno a disposizione nella gabbia.
Anche se un esemplare femmina è presente, disposto
all'accoppiamento, essi non se ne interessano e
continuano a premere la barra per avere altra droga.
Infine i primati sottoposti alla sperimentazione
preferiscono premere la barra che da una lieve scossa
elettrica ma una maggior dose di cocaina, piuttosto che
una che non dà scossa elettrica ma fornisce un più
modesto quantitativo di droga. La cocaina ha il più
potente effetto di richiamo di qualunque altra droga
conosciuta.
1.6 Terapia di
recupero
Il consumatore di
cocaina che cerca di uscirne è ben consapevole della
natura insidiosa, insistente e distruttiva della
dipendenza della cocaina. E’ importante fornirgli tutte
le necessarie informazioni circa le molteplici e serie
conseguenze dell’uso abituale di cocaina in modo da
rinforzare la motivazione del paziente ad astenersene.
E’ disponibile un sufficiente materiale della sequela
del chronic cocainism così da rendere efficace la
presentazione delle prospettive conseguenti all’abuso
prolungato. Dovrebbe essere soprattutto descritto il
paradosso dell’uso di cocaina: ciò che inizia con la
ricerca di euforia e benessere termina inevitabilmente
in un senso disforico e di depressione.
1.7 Sintesi
La Cocaina è un potente
euforico che induce in cambio, anche solo
transitoriamente, depressione, timore e senso di
malessere. Nuove modalità di assunzione di cocaina, come
l'inalazione dei vapori della coca-base, la
somministrazione endovena di cocaine hydrochloride
, e il fumo di pasta di coca produce una momentanea
ebbrezza che lascia rapidamente il posto all'umore
precedente o malessere, risultando in un forte desiderio
di tornare alla momentanea esperienza estatica; un
circolo che porta ad un uso ripetuto.
L’enorme profitto
fornito dal traffico illecito di cocaina porta alla
corruzione, alla violenza,e, in alcuni paesi,
all'instabilità politica. Il costo individuale della
cocaina porta alla perdita di colossali patrimoni,
lavoro e famiglia. La sicurezza della cocaina è una non
più credibile leggenda. Ci sono molte possibilità che la
cocaina sia letale. Le elevate dosi che attualmente si
usano portano alla dipendenza fisica. Ma questo problema
è minore rispetto all'intenso desiderio psichico di
tornare all'uso ripetuto della cocaina. Non c'è uno
specifico modo di trattare i disagi indotti dall'abuso
di cocaina; il piano di trattamento deve commisurarsi
alle singole specifiche situazioni.
2. Cannabis
2.1 Storia,
diffusione e statistica
La Cannabis rappresenta
la droga di più largo uso al mondo, con un rilevante
numero di consumatori nella società occidentale. La
diffusione geografica comprende praticamente tutti i
paesi del mondo. Circa 140 milioni di individui fa uso
di cannabis (il 2,5% della popolazione mondiale,
paragonata allo 0,3% che consuma cocaina e lo 0,2%
oppiacei; vedi TAB 1 e 2). Studi epidemiologici
concordano nell'affermare che la maggior parte dei
consumatori sono giovani, anche tra i 10 e i venti anni.
La porzione di consumatori più consistente ne fa uso
saltuario, fino ai 20-30 anni circa. Solo una piccola
parte usa la droga quotidianamente per un periodi di
anni. Degli studi condotti negli USA e in Australia
indicano che circa il 10% di quelli che non hanno mai
usato cannabis divengono fumatori giornalieri; circa il
20-30% invece ne usano con frequenza settimanale.
|
Paese e anno di
campionamento |
% sul tot. di droghe illegali |
Cannabis |
Amphetamine |
Ecstasy |
LSD |
Cocaina |
Eroina |
|
Australia, 1996
(tra 15-16 anni) |
51.3a |
47.2 |
7.9 |
4.6 |
11.9b |
3.7 |
4.1 |
|
U.S.A., 1996
(tra 10-16 anni) |
45.4 |
39.8 |
17.7
(4.4)c |
5.6 |
9.4 |
7.1 |
2.1 |
|
Canada, 1995
(tra 15-17 anni) |
30.4 |
28.8 |
10.7c |
- |
10.7c |
1.8 |
10.7c |
|
Unione Europea,
1994/95; media non ponderata
(tra 15-16anni)d |
17.5 |
14.5 |
3.7 |
2.4 |
2.3 |
1.0 |
0.7 |
| |
|
|
|
|
|
|
|
|
TAB. 1.
Diffusione della cannabis (lifetime prevalence)
tra i 15-16 anni di età, paragonata ad altre droghe
(in %), nei Paesi dell'UE, Australia, Canada e U.S.A..

TAB.
2
Andamento globale del consumo di Cannabis, Eroina e
Cocaina (1987-1997). Si noti l'andamento crescente della
Cannabis rispetto all'altalenante consumo di Eroina e
Cocaina.
Fonte: UNDCP Research Section, “Cannabis as an illicit
narcotic crop: a review of the global situation of
cannabis consumption, trafficking and production”; in
Bulletin on Narcotics (1997).
L’uso terapeutico della cannabis ha una storia
che si perde nei secoli. Già fonti degli antichi Egizi,
dei Cinesi (2700 a.C) e degli Assiri (800 a.C.) indicano
la cannabis come una delle più antiche droghe del
mondo. L’introduzione nel mondo occidentale
probabilmente si deve ai medici in forza all’esercito
inglese in India che ne notarono gli effetti
anti-convulsivi, analgesici, ansiolitici.
Iniziata quella che può definirsi la fase moderna
dell’impiego terapeutico della cannabis, furono notati
altri effetti nella terapia delle malattie
psichiatriche, come induttore dell’appetito e del sonno,
senza presentare particolari effetti secondari. Come
molte altre droghe estratte da vegetali anche la
cannabis è stata usata per lenire il dolore e la
sofferenza dell’uomo per decenni. Alla fine del XIX°
secolo nella farmacopea americana la cannabis era
indicata come farmaco contro nevralgia, gotta,
reumatismi, tetano, colera epidemico, convulsioni,
isteria, depressione mentale, delirium tremens, e
altre patologie. L’interesse – comprensibile visto
l’ampio spettro di patologie contro le quali veniva con
successo impiegata - per l’uso terapeutico della
cannbis crollo’ quando nel 1930 essa fu dichiarata
illegale dal Marijuana Tax Act. Tale azione fu
introdotta dopo la commercializzazione dell’aspirina,
dei barbiturici e di altri analgesici sintetici e
sedativi che presto resero inutile l’uso medico della
cannabis. Tuttavia il crescente uso ricreativo della
cannabis negli anni ’60 riportò il dibattito sui
risultati medico-scientifici del suo utilizzo. Perché
dunque la cannabis attira tanto l’interesse? Perché
tante controversie sui risultati terapeutici e sui suoi
effetti sulla salue? Lungo questy’analisi cercheremo
delle possibili risposte.
2.2 Cannabis: la
droga
Cannabis è il nome generico per una serie di preparati derivati dalla
pianta Cannabis sativa L., che contiene più di 60
sostanze tipo-cannabinoidi. La ricerca chimica di
laboratorio ha individuato e isolato nel 1964 il
principio attivo con la maggiore potenzialità
psicoattiva: è il cannabinoide
trans-i9-tetraidrocannabinolo (THC).
La concentrazione di THC varia tra i 3 più comuni tipi
di cannabis:
a)
marijuana:
preparata essiccando la fioritura raccolta dalla parte
alta della pianta. Queste sono le parti con la maggiore
concentrazione di THC, che va diminuendo man mano che si
scende lungo lo stelo. La concentrazione di THC in
foglie di marijuana di questo tipo raggiunge dal 0,5-5%,
mentre la varietà Sinsemilla tra il 7 e il 14%.
b)
hashish
che consiste in resina di cannabis e fiori essiccati e
compressi. La concentrazione di THC quì varia dal 2-8%.
c)
hash oil;
è un materiale altamente concentrato prodotto astraendo
il THC dall’hashish (o dalla marijuana) attraverso un
solvente organico. La concentrazione del THC in questo
olio è di solito tra il 15-50%.
Il modo di impiego più diffuso è quello di arrotolare manualmente la
marijuana in sottili foglietti e fumarla. Spesso è
inserito il tabacco che facilita la combustione.
L’Hashish può essere mischiato al tabacco e fumato in
pipa o in sigaretta. L’olio di hashish può essere
versato in poche gocce sul tabacco di una normale
sigaretta, aggiunto ad una miscela per pipa o
vaporizzato e inalato. Qualunque sia il metodo usato il
consumatore di solito respira profondamente e trattiene
la sostanza in modo da massimizzare l’assorbimento di
THC.
Una sigaretta-tipo può contenere tra 0.5 e
1.0 g di cannabis, che a
sua volta può variare nel contenuto di THC tra i 5 e i
150 mg (tra l’1-15%). L’effettiva dose di THC utilizzata
è pertanto stimata tra il 20-70% (Hawks, 1982), il resto
si perde nella combustione o nel fumo non inalato.
La bioviabilità del THC (percentuale di THC che
raggiunge il circolo ematico) dalle sigarette di
marijuana in individui di specie umana è stato stimato
intorno al 5-24% (Ohlsson e al. 1980).
Viste tutte queste variabili, si intuisce come
l’effettiva dose di THC assorbita dall’organismo di
volta in volta non sia facilmente quantizzabile.
Riguardo le dosi impiegate si nota che una modesta quantità di cannabis
(2-3 mg di THC) è sufficiente per produrre un effetto
sensibilmente elevato in un fumatore non abituale ed una
singola sigaretta può servire per due o tre individui.
Abitualmente i fumatori abituali consumano cinque o più
sigarette al giorno mentre in Jamaica possono arrivare a
consumare 420 mg al giorno. Può essere indicativo sapere
che le ricerche cliniche per verificare gli effetti
della cannabis sulla salute usano dosi in capsule di 10
(bassa), 20 (media) e 25 (alta) mg di THC.
Ci sono diversi aspetti della farmacocinetica del THC che hanno grande
importanza sugli effetti della cannabis (produzione di
metaboliti attivi, tempo e modo di deposito nei tessuti
adiposi, raggiungimento del picco ematico ed equilibrio
con la concentrazione nel tessuto cerebrale) che vanno
considerati attentamente ma purtroppo sono
frequentemente disconosciuti.
2.3 Difficoltà
metodologiche nell’individuarne gli effetti sulla salute
Determinare gli effetti secondari di una sostanza chimica particolare su
una popolazione così diversa per ampiezza e tipologia è
spesso difficile a meno che essi non emergano in modo
chiaro ed evidente. Pertanto non sorprende il fatto che
si continui ad opinare sugli effetti della cannabis
riguardo la salute. Ci sono stati numerosi studi
sull’argomento:
alcuni hanno concluso che la cannabis è relativamente
innocua,
mentre altri hanno concluso che essa è decisamente
pericolosa e dannosa.
Ci sono diversi fattori che contribuiscono alla sotto o sopravalutazione
dei diversi effetti dell’uso di cannabis. Come accennato
sopra la cannabis è usata fondamentalmente da una fascia
di individui giovani, la cui salute è abitualmente
migliore che quella della media della popolazione.
Inoltre molti consumatori fanno un uso saltuario di
cannabis, questo probabilmente mitiga in parte gli
effetti sulla salute. C’è poi una certa tendenza a
trattare i consumatori di cannabis come un campione
omogeneo, senza riferimento ai gruppi ad alto rischio
come gli adolescenti o soggetti con pregresse turbe
psichiche. Naturalmente, le estrapolazioni dei risultati
su soggetti ad alto rischio riportate su tutta la
popolazione possono indurre una sopravalutazione degli
effetti della sostanza sulla salute. Pertanto è
categorico che, prima di tirare le conclusioni riguardo
l’effetto di qualsiasi sostanza, siano state considerati
fattori quali lo stato di salute del soggetto, la
frequenza di uso e i rischi associati.
Nelle righe seguenti terremo in conto i parametri usati da Martin e Hall
(1997) e ritenuti standard affidabili dalla comunità
scientifica internazionale nel momento in cui si prende
in considerazione qualsiasi studio scientifico. La
conclusione scientifica che la cannabis arrechi
danni alla salute ha pertanto come presupposto:
a)
che ci sia
una relazione dimostrata tra l’uso di cannabis e la
patologia in questione.
b)
che la
sola probabilità, che ci sia questa relazione, non sia
presa in considerazione come prova.
c)
che l’uso
di cannabis preceda la patologia.
d)
che siano
escluse altre possibili cause di quella specifica
patologia.
Questi presupposti sono assicurati – in tutti gli studi che presentiamo
in queste pagine - da specifici metodi statistici usati
di volta in volta durante le ricerche, che escludono la
presenza di errori (studi caso-controllo, doppio-cieco,
coorte ed esperimenti).
2.4 Effetti immediati
della cannabis
L’individuo sotto effetto della cannabis presenta i seguenti sintomi:
alterato stato di coscienza accompagnato da lieve
euforia e senso di rilassatezza; alterazioni della
percezione, come distorsione del tempo, ma anche
alterazione della percezione sensoriale di stimoli
normali, come mangiare, vedere dei film e ascoltare
della musica.
Quando l’uso avviene in un contesto conviviale, tra i
suoi effetti possono notarsi riso contagioso, e
loquacità. Ci sono anche dei pronunciati effetti sulla
capacità cognitiva, come l’indebolimento della memoria
breve e la dissociazione dei pensieri che porta il
soggetto a lasciarsi trasportare da sogni ad occhi
aperti e fantasie. Sono compromesse in vario grado anche
le reazioni e le funzioni motorie così che l’attività
normale di vario tipo risulta frequentemente alterata.
Gli effetti psicologici più fastidiosi sono soliti essere ansia, attacchi
di panico, paura di perdere il controllo e malessere
derivato da stato d’animo depresso.
Meno frequentemente insorgono sintomi psicotici, come
allucinazioni, ma solo ad alti dosaggi. Questi effetti
sono solitamente riportati da consumatori alle prime
armi che non conoscono gli effetti della droga, o da
pazienti cui è stata somministrata THC per fini
terapeutici. Consumatori più sperimentati possono
avvertire sintomi di questo tipo in seguito a
sovradosaggio da THC. Questi effetti possono essere
evitati con una apposita preparazione psicologica del
paziente che tenda a spiegargli prima il possibile
insorgere di questa possibile sintomatologia.
L’inalazione o la somministrazione di THC ha una serie di effetti
farmacologici anche sull’apparato cardiovascolare. Il
più tipico è l’aumento del battito cardiaco del 20-50%
rispetto alla norma.
Questa tachicardia può insorgere tra i primi minuti fino
ad un quarto d’ora dopo la somministrazione e può durare
tra 1-3 ore. Le variazioni della pressione dipendono
dalla posizione del corpo. Nei consumatori giovani gli
effetti cardiovascolari sono più limitati a causa
dell’adattamento agli effetti del THC e del fatto che
abitualmente godono di salute migliore.
Riguardo il potenziale letale, non si trovano nella letteratura mondiale,
casi confermati di decesso in seguito ad assunzione di
cannabis. Gli studi sperimentali su animali indicano che
la dose letale di THC è estremamente elevata rispetto ad
altri preparati medico-farmacologici o ad altre droghe.
Questo distingue la cannabis dalla altre droghe di uso
comune, che solitamente hanno tutte una capacità di
provocare la morte ad alte dosi. Purtroppo questo fatto
ha portato a parlare della cannabis come di una
safe-drug, che quindi potesse essere usata senza
timore di effetti secondari. Attualmente, i problemi
correlati all’uso di cannabis, possono essere attribuiti
al suo rendere difficile una normale vita produttiva
piuttosto che alla sua potenziale letalità.
Da questi e altri studi si possono sintetizzare così gli effetti
immediati dell’uso di cannabis:
ansia, depressione, panico e paranoia, specialmente nei
consumatori iniziali; indebolimento della capacità
cognitiva, specialmente attenzione e memoria; difetti
psicomotori e possibile aumento del rischio di incidenti
nel caso in cui il soggetto sotto effetto della cannabis
si accinga a guidare un veicolo a motore; incremento del
rischio di scatenare sintomi psicotici in coloro i
quali mostrino nell’anamnesi familiare precedenti di
malattie nervose.
2.5 Effetti dell’uso
continuato di cannabis sulla salute
Il THC produce alterazioni al metabolismo cellulare e alla sintesi del
DNA in vitro,
mentre il fumo di cannabis ha dimostrato avere
effetti mutagenici in vitro ed in vivo con un probabile
potenziale cancerogeno.
Queste ricerche indicano la probabilità, nei fumatori
sul lungo periodo, di sviluppo carcinomi soprattutto
nelle zone esposte al passaggio del fumo di cannabis;
ovvero l’apparato oro-faringeo, le vie aeree superiori,
i bronchi e i polmoni. E’ anche dimostrato che i
cannbinoidi debilitino la risposta immunitaria umorale e
cellulomediata nei ratti,
diminuendo le difese contro batteri e virus. Piuttosto
evidenti sono anche gli effetti di indebolimento dei
cannabinoidi nei confronti del tropismo dei macrofagi a
livello alveolare, prima linea di difesa dell’organismo
a livello dei polmoni.
La rilevanza di tali studi negli umani è incerta;
infatti alle cavie sono state somministrati quantitativi
molto elevati di THC, pertanto il problema,
nell’estrapolare tali dati sull’uomo è complicato dalla
possibilità che alle stesse dosi si possa sviluppare
tolleranza e questo infici la riproduttività degli
effetti.
I risultati sperimentali su soggetti umani è controversa., ciò è dovuto
agli effetti verificatisi in un modesto numero dei primi
studi condotti ma non verificati da ulteriori ricerche.
Al giorno d’oggi non abbiamo l’evidenza certa che l’uso
di cannabis predisponga l’uomo a danni come riduzione di
numero o difetto di funzionamento dei T o B linfociti e
dei macrofagi. Non pare neanche che induca un decremento
del livello di emoglobina. Inoltre, due studi
prospettici sulla immunodeficienza in pazienti
omosessuali, virus HIV-positivi, hanno dimostrato che
l’uso di cannabis non era correlato con aumento del
rischio di manifestazione conclamata dell’AIDS.
Più difficile è escludere che il fumo protratto e continuato di cannabis
produca pochi problemi al sistema immunitario. Questi
effetti sul sistema immunitario indurrebbero un lieve
aumento delle comuni infezioni batteriche e virali, come
è stato riscontrato tra i fumatori cronici di cannabis.
Il rislutato necessita di ulteriori studi, anche perché,
il risultato per cui i cannabinoidi produrrebbero
effetti limitanti il sistema immunitario, getterebbe
discredito sul valore terapeutico del THC in pazienti
immunocompromessi, quali quelli sottoposti a
chemioterapia o affetti da AIDS.
Il fumo cronico di cannabis diminuisce la funzionalità respiratorie
probabilmente causa sintomi simil-bronchitici.
Tashkin et
al. (1987)
condussero uno studio mettendo a confronto i seguenti
gruppi: non-fumatori, fumatori di tabacco, fumatori di
marijuana, fumatori di tabacco più marijuana, e un
gruppo di controllo. Questo studio non ha evidenziato
differenze nella prevalenza di sintomatologia
bronchitica tra il gruppo di fumatori di tabacco e
quelli di marijuana.
Tutti i soggetti fumatori mostravano anormalità
istopatologiche più severe rispetto ai non-fumatori.
Molte du queste anormalità erano prevalenti nei fumatori
di marijuana e più marcate in quelli che fumavano
marijuana più tabacco. L’impatto sulla funzionalità
respiratoria, invece, non è chiaro e ci sono risultati
contrastanti.
Riguardo gli effetti sul sistema riproduttivo, alte dosi di THC
somministrate ad animali, riducono la secrezione di
testosterone, la mobilità, la viabilità e la produzione
di sperma negli animali maschi e provocano
l’irregolarità del ciclo ovulatorio nelle femmine.
E’ dubbio l’effetto sugli umani vista la esigua quantità
di studi condotti su questo aspetto.
La cannabis usata durante la gravidanza invece
probabilmente rallenta lo sviluppo del feto portando ad
una riduzione del peso alla nascita, possibile
abbreviamento della gestazione e – come per il fumo di
tabacco – ipossia fetale. Anche qui comunque si avverte
la carenza di ulteriori studi – sono scarsi quelli
riportati al giorno d’oggi in letteratura -
sull’argomento.
Vari studi riguardo gli effetti psicologici dell’uso prolungato e
frequente di cannabis, hanno sostenuto che esso
influisca sulla motivazione degli adulti e sul
comportamento degli adolescenti, producendo una così
detta sindrome demotivante. In realtà non c’è
evidenza sperimentale di una tale affermazione; a volte
tali studi erano disegnati male e non mettevano in
evidenza le caratteristiche socio-demografiche del
campione ed altri fattori importanti.
C’è invece una certa evidenza della comparsa di questa sindrome tra gli
adolescenti. La cannabis pare aumentare il rischio di
rallentamento nell’apprendimento alla scuola secondaria
superiore e sembra favorire l’instabilità delle prime
esperienze professionali nei giovani.
Si è visto però, in successive ricerche, che l’apparente
solidità di una tale correlazione è stata esagerata,
poiché si è visto che quegli adolescenti che facevano
uso di cannabis erano quelli che erano maggiormente
demotivati nello studio ed avevano scarse ambizioni
accademiche già prima di usare la cannabis, rispetto ai
loro compagni che non la usavano.
Correlazione stretta vi è tra l’uso di cannabis e difficoltà nel formare
un nucleo familiare, salute mentale e coinvolgimento in
crimini legati alla tossicodipendenza.
In ogni caso, in studi longitudinali più precisi questa
correlazione è stata mitigata dopo controllo statistico
sull’associazione tra uso di cannabis e pregressi
fattori che favorivano gli effetti sopraesposti.
Molti studi concordano nell’affermare che la cannabis induce adolescenti
e adulti che ne fanno uso a passare a droghe più forti,
come stimolanti ed oppiacei.
Questo si è reso evidente soprattutto intorno agli anni
’70 negli USA. Il motivo di questo rapporto
causa-effetto rimane oscuro. Ci sono due ipotesi
plausibili, che non è detto che si escludano a vicenda:
a) c’è una selezione attraverso l’uso di cannabis di
adolescenti che hanno propensione alle droghe pesanti b)
una volta iniziato l’uso di cannabis cambiano le
relazioni sociali del soggetto che comincia a
frequentare altri consumatori di droghe.
Rappresenta senz’altro una sfida per la ricerca indagare
sulle basi biologiche per cui l’uso di cannabinoidi
induca il passaggio all’utilizzo di altre droghe.
C’è evidenza sperimentale sul fatto che gli animali sviluppano tolleranza
agli effetti di THC.
Si è visto anche come i consumatori abituali di cannabis
sviluppino tolleranza agli effetti cardiovascolari e
vadano in crisi d’astinenza quando l’uso della droga è
interrotto.
C’è anche un riscontro cinico al fatto che i consumatori
abituali di cannabis sviluppino una sindrome di
dipendenza. C’è una sindrome di dipendenza da
cannabismo analoga a quella che manifestano i
soggetti alcolizzati.
Il rischio di contrarre dipendenza da cannabis è
probabilmente più vicino a quello per l’alcool che al
rischio di contrarre dipendenza per la nicotina e gli
oppioidi.
Soggetti che fanno uso di cannabis quotidianamente per
un periodo da alcune settimane ad alcuni mesi |