Home About International University Project Conferences Courses Lectures Projects Publications Readings Contribute Contact      

home \ associazione thomas international \ questioni di bioetica \ settembre 2007 \ l. sesta - a proposito del modello etico teologico ...

Home

Redazione

Presentazione

Numero in corso

Archivio

Informazioni bibliografiche

Rassegna stampa

Contatti

Link utili

 

ISSN 1970-7932

Associazione Thomas International
Num. 4 - Settembre 2007 
     
 

Quali conseguenze?

A proposito del modello etico teleologico adottato in “La vita e l’etica: per una congiunzione bioetica” di Pietro Cognato 

di Luciano Sesta*

 

 

 

Non è forse meglio che un solo uomo innocente sia messo a morte piuttosto che tutto il popolo perisca? (Gv 11, 50)

 

                                                                                                                                           

 

1. Etica teleologica o etica deontologica? Validità e limiti di un’alternativa ricorrente

 

Il saggio di Pietro Cognato La vita e l’etica: per una congiunzione bioetica[1], offre un’ampia e apprezzabile sintesi del modo in cui il “valore della vita” può essere considerato nel dibattito bioetico. Le riflessioni dell’Autore si muovono su un doppio registro, oscillando tra considerazioni di etica fondamentale (o metaetica) e applicazioni di etica pratica (o etica normativa), senza disdegnare qualche incursione nel campo dell’antropologia e dell’ormai vexata quaestio sul concetto di persona in bioetica. Al di là delle conclusioni proposte da Cognato su singoli problemi come lo statuto personale dell’embrione, l’eutanasia e l’aborto, che mi sembrano del resto ampiamente condivisibili, quello su cui vorrei concentrarmi in questo contributo è il modo in cui egli giunge a tali conclusioni. In altri termini, si tratta di analizzare la generale prospettiva etica dell’Autore, che coincide con l’assunzione del c.d. modello etico teleologico, e di verificare quanto essa sia capace di assolvere il duplice ruolo che qui le viene assegnato: da un lato custodire e promuovere il valore della vita, e, dall’altro lato, risolvere i casi controversi meglio di qualsiasi prospettiva rivale. La mia tesi è che l’etica teleologica non è in grado, se non parzialmente e in modo incoerente, di assolvere tale duplice ruolo. Cercherò di mostrarlo facendo emergere, al tempo stesso, la maggiore plausibilità del modello etico giusnaturalistico (che Cognato chiama “deontologico”) rispetto a quello teleologico. Oltre al saggio citato farò riferimento anche a un altro contributo, recentemente pubblicato dallo stesso Autore, dal titolo Assoluto etico e norme morali. A proposito della struttura dicotomica della bioetica[2], in cui si trovano utili chiarificazioni circa la fondazione teleologica della norma morale. 

Il punto di partenza di Cognato, e degli autori a cui egli si ispira, è la celebre distinzione tra etica teleologica ed etica deontologica. Questa distinzione, a quanto pare, è stata formulata per la prima volta negli anni Trenta in un testo dal titolo Five Types of Ethical Theory, scritto da Charlie Dumbar Broad, il quale, riprendendo e correggendo parzialmente una precedente classificazione di Henry Sidgwick[3], scriveva: «I would first divide ethical into two classes, which I will call respectively deontological and teleological. Deontological theories hold that there are ethical propositions of the form: “Such and such a kind of action would always be right (or wrong) in such and such circumstances, no matter what its consequences might be”. [...] Teleological theories hold that the rigtness or wrongness of an action is always determined by its tendency to produce certain consequences which are intrinsecally good or bad»[4]. L’etica deontologica (da déon = “dovere”) è dunque un’etica che impone il dovere di agire in un certo modo (o di astenersi dall’agire in un certo modo) unicamente perché questo è giusto, senza preoccuparsi delle conseguenze che possono derivare dalle azioni stesse. Dummodo fiat iustitia pereat mundus: così reciterebbe l’adagio emblematico di questo tipo di approccio. L’etica teleologica (da télos = “fine”), è invece un’etica che impone, come fine delle azioni (a cui corrisponde l’intenzione del soggetto agente), quello di produrre conseguenze positive e di evitare conseguenze negative. Per l’etica teleologica, pertanto, le azioni in se stesse non sono né buone né cattive ma lo diventano solo se le conseguenze che provocano sono buone o cattive. Da quando, nel corso del XX secolo, alcuni filosofi anglosassoni appartenenti all’ambito della c.d. “metaetica analitica” hanno adottato questa terminologia, la distinzione tra Deontological Theory e Teleological Theory si è diffusa a macchia d’olio ed è stata recepita anche in ambito c.d. continentale dove, in realtà, era già stata formulata da Max Weber nei termini di una contrapposizione tra un’“etica della convinzione” (Gesinnungsethik) e un’“etica della responsabilità” (Verantwortungsethik)[5]. Al di là delle diverse sfumature concettuali che la distinzione può subire (e che di fatto ha subito), si può dire che un tipico esempio di etica deontologica è l’etica kantiana, che prescrive il dovere per il dovere, a prescindere da qualsiasi valutazione delle conseguenze dell’azione. Un tipico esempio di etica teleologica è invece l’utilitarismo, che considera moralmente giusto il comportamento le cui conseguenze garantiscono il maggior benessere possibile per il maggior numero di persone coinvolte.

Naturalmente non è possibile, qui, illustrare tutte le implicazioni, storiche e concettuali, della classificazione di Broad, dal momento che la letteratura sull’argomento abbraccia di fatto l’intera storia dell’etica dello scorso secolo. In questa sede sarà sufficiente sottolineare l’esistenza di un problema, teorico e storiografico, che nella prospettiva di Cognato non sembra sia stato tenuto in debita considerazione. E infatti, per quanto risulti utile come schema di riferimento, la distinzione tra etica teleologica ed etica deontologica è debitrice del contesto storico (gli inizi dello scorso secolo) e teorico (l’ambito analitico) in cui è nata, cosicché chiunque voglia farne un uso filosofico e non solo classificatorio, deve farlo sempre consapevole di questa circostanza. In caso contrario il pericolo è di cadere in indebite generalizzazioni o, peggio, in confusioni concettuali che rischiano di compromettere tutto il prosieguo dell’argomentazione.

 

 

2. Teleologia, utilitarismo, valori morali e valori non-morali

 

Ora, il modello etico teleologico adottato da Cognato è quello teorizzato per la prima volta dal teologo gesuita tedesco Bruno Schüller nel suo importante Die Begründung sittlicher Urteile, pubblicato nel 1973[6]. Cognato recepisce la prospettiva di Schüller soprattutto a partire dalla rielaborazione che ne ha fatto Salvatore Privitera, un altro teologo morale, di cui Cognato può essere a buon diritto considerato uno dei migliori allievi[7]. L’etica teleologica di cui parliamo qui, pertanto, nasce sul terreno della teologia morale. Più precisamente, come mostra Giuseppe Abbà in un’accurata ricognizione storica, essa «è opera di teologi tedeschi sia alle prese con la teologia luterana sia con la filosofia secolarizzata», e viene sviluppata con la precisa intenzione «di rendere razionalmente comunicabile l’etica cristiana nei confronti della filosofia secolare»[8]. E poiché la filosofia secolare ha da tempo sottoposto a dura critica l’idea che vi possano essere azioni giuste o ingiuste “per natura”, la prima mossa della neonata etica teleologica è quella di sbarazzarsi dell’idea di legge naturale, sostituendola con quella, tipicamente moderna, di autonomia[9]. Certo si tratta di un’autonomia “teonoma”, nel senso che il teologo non può rinunciare all’idea che la capacità umana di autodeterminarsi è pur sempre ricevuta da Dio, e tuttavia si tratta qui di un’autonomia effettiva, nella misura in cui l’uomo è lasciato a se stesso e alla propria responsabilità morale, dal momento che non può consultare Dio per sapere cosa deve fare nelle singole circostanze della sua vita. Se dunque non è la volontà di Dio né una ragione aperta alla natura umana a dirci cosa è bene e cosa è male, bisogna trovare un nuovo modo, che faccia riferimento all’autonomia del soggetto, per determinare e per giustificare le norme morali. Il nuovo modo proposto dall’etica teleologica è la “valutazione comparativa dei beni” (Güterabwägung), che richiama il famoso principio utilitarista secondo cui bisogna agire in modo che le conseguenze dell’azione (o di una regola di azione) producano il maggior bene per il maggior numero di persone coinvolte[10]. Comparazione che va fatta non tra diverse azioni, ma tra le diverse e prevedibili conseguenze delle azioni o omissioni a disposizione del soggetto agente. Così, nell’etica teleologica, scrive Schüller, «il carattere morale di tutte le azioni e omissioni dell’uomo viene determinato esclusivamente in base alle loro conseguenze»[11]. Laddove «per “conseguenze di un’azione” si intende il bene o il male che essa opera per tutte le persone coinvolte. Perciò pensa teleologicamente chi è dell’idea che, fra due modi di agire passibili di scelta, è moralmente corretto quel modo di agire che, a paragone dell’altro, opera maggior bene»[12].

Ma che tipo di “bene” è quello a cui mira l’etica teleologica? Non si tratta innanzitutto di “bene” ma di “beni” e di beni (o valori, come preferisce esprimersi Cognato[13]) c.d. “pre-morali” (o “ontici”), come la vita fisica, il benessere, la proprietà, la procreazione, la salute e tutto ciò che riguarda la costituzione psico-somatica dell’uomo. Questi beni sono contingenti, e la loro molteplicità li mette spesso in conflitto nelle situazioni concrete, cosicché spesso non è possibile, per l’etica teleologica, realizzarli tutti contemporaneamente, ma occorre sacrificarne qualcuno. Da qui una distinzione tra ciò che è moralmente «corretto» (richtig) e ciò che è moralmente «buono» (gut). Agisce in modo moralmente “corretto” colui che, tenendo conto delle conseguenze delle sue azioni, realizza un optimum di bene “pre-morale” per tutti i soggetti coinvolti dalla sua azione. Agisce moralmente “bene” chi, nel compiere questa azione, lo fa con un’intenzione buona, e cioè mirando ai valori propriamente morali della “giustizia”, dell’“amore”, della “benevolenza” ecc. Volere l’azione che produce il maggior bene non-morale di tutti i soggetti coinvolti, volere dunque ciò che è «moralmente corretto», rende la volontà «moralmente buona».

Qualche critico ha fatto notare che l’etica teleologica «ha un notevole fascino, perché sembra assumere il principio della razionalità. Razionalizzare è massimizzare qualcosa; in morale, è ovvio che si tratterà di massimizzare il bene, e a questo scopo si deve procedere attraverso un’adeguata ponderazione delle conseguenze. Ma tale attrattiva e quest’avvincente semplicità hanno il loro prezzo: il degrado sia della ragione pratica che dell’ideale etico. La prima diventa ragione calcolatrice; il secondo rischia di essere limitato alle dimensioni più materiali della vita, perché soltanto dove c’è materia è possibile calcolare e massimizzare»[14]. Non a caso, gli autori che sposano il modello teleologico sono molto sensibili all’accusa di utilitarismo. In effetti è innegabile che l’etica teleologica recepisca l’istanza utilitarista ma bisogna anche riconoscere che essa non è un’etica utilitaristica. E questo non tanto perché, come afferma Cognato, l’utilitarismo sarebbe relativista mentre l’etica teleologica non lo sarebbe[15]. Il motivo, piuttosto, va ricercato nel contesto teologico dell’etica in questione, in cui la valutazione delle conseguenze viene applicata a una concezione della vita morale molto diversa da quella dell’utilitarismo. E infatti, come nota ancora Abbà, «La teologia morale dà molta importanza alle disposizioni interiori del soggetto agente, che sono rilevanti per la sua salvezza eterna, e non considera solo le azioni esteriori e le loro conseguenze [come nell’utilitarismo]. Inoltre, nella misura in cui considera moralmente corrette le azioni esteriori in quanto procurano e promuovono il bene dell’uomo, la teologia ha una concezione della natura e del bene dell’uomo assai più complessa che non quella dell’utilitarismo [...]. Perciò il risultato dell’accoglienza dell’argomentazione [utilitaristica] nella teologia morale non poteva essere che una modifica di entrambe, la formazione di un tipo di ricerca morale originale e inedito, denominata in Europa etica teleologica e negli Stati Uniti proporzionalismo»[16].       

A ciò si aggiunga che la morale tradizionale presentata nei testi a cui Schüller e i suoi seguaci hanno fatto riferimento (i c.d. testi della teologia neoscolastica “pre-conciliare”), affermava l’esistenza di doveri morali assoluti rimanendo però in un’ottica prevalentemente legalistica[17]. La posizione delle norme morali veniva cioè privata di un fondamento adeguato, essendo ricondotta alla mera obbedienza a un legge già data: bonum quia iussum, malum quia prohibitum, era la formula canonica ripresa da Guglielmo d’Ockham. Uno studioso particolarmente attento alle dinamiche storiche della filosofia morale come Giuseppe Abbà, fa inoltre notare come la prospettiva di Schüller abbia recepito una lettura non solo occamista ma anche suáreziana dell’etica tomista. Secondo questa interpretazione l’azione moralmente buona è l’azione «che persegue un bene fisicamente conveniente alla natura umana: in questo modo il bonum honestum rifluisce nella categoria del bonum utile. Questo latente utilitarismo di Suárez, tramite il giusnaturalismo che lo recepì e lo sviluppò, fu una delle radici dell’utilitarismo teologico, e tramite l’etica neoscolastica è stato una delle radici dell’etica teleologica: consente infatti di introdurre la ragione proporzionata e la ponderazione dei beni e dei mali fisici»[18]

Come si può vedere, il modo in cui storicamente si è formato il modello teleologico adottato da Cognato evidenzia la complessità e l’importanza teorica della contrapposizione teleologia-deontologia ma ne riduce, al tempo stesso, gli ambiti di applicazione. Ora, invece, Cognato assume questa contrapposizione come uno schema esaustivo, come dimostra il fatto che la qualifica di “etica deontologica” viene qui attribuita anche alla tradizione giusnaturalistica classica[19]. Questa operazione, che identifica tradizioni morali che sono invece profondamente diverse, risale a Bruno Schüller, che qui Cognato si limita a riprendere[20]. Bisogna riconoscere, a scusante di Schüller e di chi ne sposa l’ottica, che la morale di cui essi parlano aveva subito, come abbiamo visto, una torsione legalistica che l’aveva resa molto simile al deontologismo di cui parlavano i filosofi analitici.  E tuttavia, viste queste peculiari circostanze, ci si sarebbe aspettati, da parte di chi intende ripensare i fondamenti della tradizione morale (giusnaturalistica o deontologica che si voglia chiamare), almeno un confronto con il rappresentante più significativo di questa tradizione, quale è senza dubbio Tommaso d’Aquino. Nella Prefazione della sua opera principale è lo stesso Schüller che, giustificando la propria rinuncia a confrontarsi con l’Aquinate, sembra darci una risposta: «Probabilmente qualcuno troverà che in tutta questa analisi si è avuto troppo poco riguardo a Tommaso d’Aquino. Non lo si può negare. Ma sembra quasi impossibile citare Tommaso d’Aquino senza ingenerare in qualcuno il dubbio se lo si sia ben capito. E allora non si è più sul piano sistematico tendente a dimostrare se un argomento sia probante o meno, ma su un piano storico: qual era il pensiero autentico di Tommaso d’Aquino quando ha fatto questa o quella affermazione. Inoltre si sarebbe forse dovuto citare Tommaso solo in maniera anonima per evitare che la sua citazione assurgesse ad argomento di autorità»[21]. Parole che stupiscono. Se un pensatore andrebbe messo da parte solo dopo aver esaminato attentamente la sua prospettiva, il fatto che su tale pensatore vi sia un conflitto interpretativo o che altri lo citino impropriamente nella forma dell’ipse dixit non autorizza a liquidarlo. E invece, nel tentativo di mantenere uno stile critico preoccupato della sola forza probante degli argomenti, Schüller finisce per fare l’esatto contrario, lasciandosi influenzare da fattori estranei alla sola forza probante degli argomenti: non è più la qualità filosofica del pensiero di Tommaso d’Aquino a giustificare la sua esclusione dalla trattazione, ma il proprio personale desiderio di evitare le diatribe che questo pensiero ha storicamente provocato. In effetti trascurare lo spessore filosofico dell’opera di Tommaso d’Aquino nel timore di dover entrare in schermaglie storiografiche significa fare del punto di vista storiografico il criterio in base a cui accettare o meno il dialogo con un pensatore. Il risultato di questa rinuncia a misurarsi con l’esponente più importante della tradizione giusnaturalistica è un fraintendimento sistematico ogniqualvolta l’etica teleologica si confronta con questa tradizione, soprattutto quando il confronto verte sul punto decisivo della questione, e cioè sulla teoria dell’atto morale e sulla relativa questione delle azioni intrinsecamente cattive (intrinsece mala).

           

 

3. Giudizio morale «già chiaro indipendentemente dalle conseguenze»?

 

In effetti, come nota giustamente Cognato, «in ultima analisi, la discriminante tra pista deontologica e pista teleologica è il problema se esistono o se possono esistere azioni intrinsecamente cattive (intrinsece mala)» (A, p. 14). La tradizione che abbiamo definito giusnaturalistica e che poi è confluita nel pensiero cristiano, ha sempre affermato, a partire da Aristotele[22], l’esistenza di azioni di tal genere, e cioè di azioni cattive in se stesse, che dunque non possono diventare buone in base alle intenzioni soggettive di chi le compie, dei beni che si ottengono attraverso di esse o delle circostanze nelle quali sono compiute. L’esistenza di azioni di questo tipo dà luogo all’esistenza di norme che le proibiscono in modo assoluto, senza ammettere eccezioni[23]. Ora, secondo Cognato, che con ciò intende rimarcare la differenza tra questa tradizione e la moderna etica teleologica, l’affermazione dell’esistenza di atti intrinsecamente cattivi dipenderebbe dall’idea che, «in alcuni contesti operativi», si debba prescindere da ogni conseguenza. In certe situazioni, cioè, l’etica che qui viene chiamata deontologica emetterebbe un giudizio morale «già chiaro indipendentemente dalle conseguenze dell’azione stessa» (ibidem). Da qui la conclusione di Cognato, secondo cui affermare l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi significhi sposare un’etica che prescinde dalle conseguenze, e dunque un’etica deontologica, alla quale si contrapporrebbe un’etica teleologica che, contrariamente alla prima, «guarda sempre» alle conseguenze prima di giudicare buona o cattiva un’azione (ivi, p. 15). Ma davvero affermare l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi significa “prescindere dalle conseguenze”? Più radicalmente: è davvero possibile affermare l’esistenza di azioni che “prescindono dalle conseguenze”? La migliore risposta a questa domanda viene da una pagina di Hegel:

 

Il principio “nelle azioni bisogna trascurare le conseguenze”, e il principio “bisogna giudicare le azioni dalle conseguenze, e si devono assumere queste ultime come misura di ciò che è giusto e buono”, sono entrambi ugualmente frutto dell’intelletto astratto. Le conseguenze, in quanto sono la configurazione immanente propria dell’azione, manifestano soltanto la sua natura e non sono altro che l’azione stessa. Pertanto l’azione non può ripudiarle e trascurarle. Per converso, però, tra le conseguenze è compreso anche ciò che vi si frammischia esteriormente e si aggiunge accidentalmente, e tutto questo non concerne affatto la natura dell’azione stessa[24].

 

Qui Hegel dimostra, efficacemente, che sarebbe assurdo valutare un’azione prescindendo da ogni conseguenza, per il semplice motivo che un’azione è, per definizione, la produzione di una conseguenza. Agire, infatti, significa produrre un effetto, una conseguenza. Ciò non esclude che oltre alla conseguenza direttamente causata – che è l’azione stessa – vi siano altre conseguenze. Solo che queste altre conseguenze sono accidentali rispetto alla natura propria dell’azione. Se si tiene conto di questo, l’etica c.d. deontologica non differirà dall’etica teleologica per il fatto di non considerare le conseguenze, ma per il diverso modo di considerarle, distinguendo conseguenze essenziali e conseguenze accidentali. Un esempio può rendere più chiara l’idea. Ipotizziamo un caso in cui si tratti di comunicare l’infausta diagnosi a un malato di cancro. Poiché per l’etica teleologica il criterio determinante consiste nel valutare attentamente le possibili conseguenze che derivano da un’azione o da un’omissione, se si prevede che dire la verità al malato gli causerà uno stato di profonda depressione, allora si deciderà di non dirgli la verità. Poco importa che dire la verità sia un valore. Per l’etica teleologica, infatti, nessuna azione, neanche quella di dire la verità, può essere considerata sempre giusta senza prima calcolare gli effetti che essa prevedibilmente produrrà in determinate circostanze. Per l’etica deontologica, invece, poiché esistono azioni che sono sempre giuste o ingiuste, si tratterà di comunicare sempre la verità, preoccupandosi, naturalmente, che ciò avvenga in modo umano e rispettoso dei tempi e della sensibilità del malato. Non dire la verità al malato significherebbe, per l’etica deontologica, privarlo ingiustamente della possibilità di affrontare il suo destino in modo consapevole e libero.

Come si può notare, anche l’etica deontologica valuta le conseguenze. Nel primo caso evitare la depressione al malato è la conseguenza dell’azione “non dirgli la verità”. Nel secondo caso, la possibilità del malato di affrontare coscientemente il suo destino è la conseguenza dell’azione “dirgli la verità”. Chi non vuole mentire al malato non prescinde certo da ogni conseguenza, ma, tra le varie conseguenze della menzogna in quel contesto, prende in considerazione soltanto una conseguenza, e precisamente quella che rende tale il mentire, ovvero il fatto che il malato viene ingannato in una situazione in cui la verità gli è dovuta. Senza questa specifica conseguenza non ci sarebbe menzogna, altrimenti raccontare una favola sarebbe lo stesso che mentire[25]. L’etica in questione, dunque, considera soprattutto le conseguenze che specificano alcune azioni come un certo tipo di azioni, contrariamente all’etica teleologica, che invece considera tutte le conseguenze ulteriori dell’azione già specificata. Se dunque sia l’etica teleologica sia l’etica deontologica ritengono che le conseguenze delle azioni siano il metro per giudicarne la moralità, e se dunque il considerare o il non considerare le conseguenze non è un criterio per distinguerle, dove sta allora la differenza?

            Il problema non è considerare le conseguenze o trascurare le conseguenze, ma domandarsi, da un lato, per quali conseguenze, di quelle che provochiamo con il nostro agire, siamo moralmente responsabili e, dall’altro lato, nei confronti di chi, colui che agisce, deve innanzitutto rispondere delle sue azioni. Alla prima domanda l’etica teleologica di Cognato risponde che noi siamo responsabili di tutte le conseguenze previste e prevedibili delle nostre azioni; mentre alla seconda risponde che chi agisce è responsabile di tutti (criterio dell’imparzialità) anche se di fatto, per cause contingenti (non morali), vige un “criterio di precedenza” per cui si è responsabili innanzitutto di coloro che, nelle singole circostanze, hanno più bisogno di noi. Da qui la necessità della Güterabwägung: se infatti chi compie l’azione è responsabile di tutte le conseguenze e non principalmente di quella che specifica l’azione nella sua qualità morale intrinseca, si pone il problema della comparazione delle conseguenze, allo scopo di raggiungere uno stato di cose positivo per il maggior numero di soggetti coinvolti nell’azione. La vera questione a cui etica teleologica ed etica giusnaturalistica (più che deontologica) danno risposte diverse è allora questa: non è lecito, in nessun caso, provocare certe conseguenze (giusnaturalismo), oppure qualsiasi comportamento può essere lecito se le conseguenze positive superano quelle negative? (teleologismo)[26].

 

 

4. Valore della vita e “cura” per la vita: sulle aporie del dualismo tra vita come valore non-morale e persona

 

Seguiamo, a questo punto, l’argomentazione di Cognato, che mette alla prova il confronto deontologia-teleologia sul campo di quello che egli definisce “il valore della vita” e della “cura” che ad essa è dovuta. Cognato osserva giustamente che la vita non è un valore assoluto ma un valore fondamentale. Lo scopo della vita, infatti, non è vivere, ma vivere bene: «Se la vita fosse il valore morale, quindi il valore sempre da preferire in ogni circostanza, ovvero se fosse il valore più alto tra i valori non potremmo annoverare il martirio come un’azione morale» (V § 2). Qui, seguendo Schüller, si ritiene che la vita sia un valore fondamentale ma non un valore morale. La vita è un valore fondamentale perché, senza di essa, non potrebbero realizzarsi tutti gli altri valori, sia non morali sia morali. Ma essa è, al tempo stesso, un valore non morale perché riguarda una dimensione che non dipende da noi, che non è oggetto di possibile scelta. L’unica scelta possibile nei confronti della vita è la scelta di tutelarla, riconoscendone il carattere di fondamento: «Questo significa, che negli svariati e complessi contesti normativi il valore vita se entra in concorrenza con altri valori non morali deve essere sempre preferita, cioè deve avere la precedenza su tutti gli altri. [...] Senza, infatti, vita non è possibile realizzare nessun altro valore e poiché l’uomo ha il diritto-dovere di realizzarsi come soggetto morale, a lui bisogna dare sempre questa grande possibilità» (ivi).

Ora, nella prospettiva di Cognato il modo migliore di custodire «questa grande possibilità», senza cadere nelle difficoltà in cui sarebbe caduta la tradizione che qui è definita “deontologica”, è quello di adottare un modello etico di tipo teleologico. Vale la pena riportare un intero brano di Cognato, vista la chiarezza con cui viene illustrata la posta in gioco:

 

La pista deontologica porta come argomento a sostegno dell’inviolabilità della vita quello della mancanza di permesso e si esprime sempre in termini di illiceità: nessuno ha il diritto di togliere la vita ad altri. La mancanza di permesso che sostiene sempre l’illiceità di uccidere esprime a tutto tondo l’inestimabile considerazione che si nutre nei confronti della vita e tale considerazione non è altro che la percezione della fondamentalità del valore vita per ogni uomo. Ma, ed ecco che subentra la pista teleologica, le situazioni della vita non sempre possono essere risolte con un’argomentazione che non prevede eccezioni. Infatti, l’evidenza di non poter applicare la norma deontologicamente formulata istruisce la possibilità di intraprendere un processo di riformulazione teleologica dell’argomentazione deontologica. E i casi di legittima difesa, di rischio per la propria incolumità, di uccisione del tiranno e di guerra giusta ne sono un esempio nella storia della riflessione etica. Ora, la pista teleologica non costituisce un ridimensionamento della fondamentalità del valore vita, chiarissimo nell’argomentazione deontologica, piuttosto la ricerca di una norma ben aderente ai diversi contesti operativi problematici, che valuti tutte le conseguenze ed in base ai valori realizzi quelli possibili, ridice con più forza la fondamentalità del valore vita senza alcun ridimensionamento (V § 6).

 

Qui Cognato ritiene che la norma deontologica “non uccidere” sia fondata sulla “mancanza di permesso”. L’espressione è ripresa da Schüller, anche se qui è privata del contesto teologico a cui lo studioso tedesco l’aveva riferita per definire la morale cattolica tradizionale, secondo la quale alcune azioni sarebbero proibite perché “Dio non ci dà il permesso di compierle”. A prescindere dalle riserve che si possono avere su questa idea della morale tradizionale, che in realtà, come abbiamo visto, è debitrice della concezione occamista e legalista dell’etica[27], qui Cognato ritiene che la maggiore plausibilità del modello teleologico, rispetto a quello deontologico, dipenda dal fatto di essere un modello più realistico, perché capace di adattarsi flessibilmente alle varie circostanze senza con ciò sacrificare il valore fondamentale della vita. E, anche qualora questo valore dovesse essere sacrificato, si tratterebbe di un sacrificio moralmente connotato, dal momento che sarebbe giustificato dal fatto di promuovere il valore morale della persona, che trascende quello non-morale della vita. La vita infatti, come si diceva, è valore fondamentale, sì, ma non assoluto. Così, mentre l’etica deontologica tradizionale afferma una norma assoluta ma poi è costretta, nel tentativo di applicarla, a formulare una serie di eccezioni alla norma, l’etica teleologica riconosce, fin dall’inizio, che l’unica norma assoluta è quella che, una volta considerate le conseguenze, configura un’azione come moralmente doverosa perché produce il maggior bene, sia morale, sia pre-morale. Una norma del tipo “non si devono mai uccidere esseri umani innocenti” sarebbe inadeguata, pertanto, non solo perché farebbe della mera vita fisica un valore morale (assoluto), ma anche, e soprattutto, perché risulterebbe di fatto inapplicabile nei «diversi contesti operativi problematici».

Così, secondo Cognato «le cosiddette eccezioni alla sacralità della vita, come uccisione per legittima difesa, pena di morte, guerra giusta e rischio per la propria incolumità, non potrebbero trovare alcuna giustificazione fuori della considerazione secondo la quale la vita non è un valore morale» (ivi). Ma è davvero così? Davvero se, nel difendersi, si uccide un ingiusto aggressore lo si può fare legittimamente solo a condizione di considerare la vita un valore non-morale? Per comprenderlo ci si dovrebbe domandare quale è, nell’ottica teleologica, il valore che giustifica, in questo caso, il sacrificio del valore non-morale “vita” dell’aggressore. A rigor di logica dovremmo dire che l’unico valore che autorizza a uccidere l’aggressore è qui il valore non-morale “vita” della potenziale vittima. Ma perché il valore non-morale “vita dell’aggressore” dovrebbe qui valere di meno del valore non-morale “vita della potenziale vittima”? Uccidendo l’aggressore, la potenziale vittima non rischia qui di assumere un atteggiamento parziale, funzionale alla salvaguardia dei propri interessi a scapito di quelli altrui? Non si rischia, uccidendo l’aggressore, di chiudere la sua avventura esistenziale in un momento in cui la sua volontà è moralmente disordinata, e di farlo solo per salvare il valore non-morale della propria vita? In effetti, se la vita è un valore non-morale la cui importanza, come sostiene Cognato, consiste nel rendere possibile la realizzazione morale dell’uomo, qui si dovrebbe concludere che, teleologicamente, sarebbe giusto e doveroso lasciarsi uccidere. Solo in questo caso si otterrebbero le migliori conseguenze morali e non-morali: salvando il valore non-morale “vita dell’aggressore” anziché quello proprio si terrebbe infatti aperta la possibilità di pentimento dell’aggressore realizzando, nel voler rendere possibile questo pentimento, anche la propria moralità.

Cognato rigetterebbe senz’altro simili conseguenze, che, tuttavia, sembrano sfociare necessariamente da un certo dualismo sotteso al modello teleologico: da un lato una piattaforma neutra, la vita come valore non-morale, dall’altro la possibile realizzazione morale delle persone, che dipenderebbe dalla capacità di calcolare e di distribuire equamente i valori non-morali resi possibili dalla vita. Capacità che dovrebbe essere esercitata da una posizione di imparzialità, e dunque da un’ottica che astrae dalla concreta situazione del soggetto agente, che non agirebbe più in prima persona ma a partire da uno sguardo neutrale sulla situazione[28]. Cognato riconosce, onestamente, che il rischio di questo rapporto estrinseco tra vita e persona è connaturato all’etica teleologica e, nel tentativo di superarlo, precisa: «Dire che il valore vita è il più fondamentale perché proprio se c’è vita è possibile realizzare tutti gli altri valori non significa ritenere il valore vita come strumentale. Significa, al contrario, che la vita è il luogo dove i valori si inabitano, compreso quello morale. Dice bene Cattorini:«la vita non è oggetto che possiedo, ma realtà che sono», soprattutto realtà morale» (ivi). Questo lodevole tentativo di recuperare l’unità della persona si scontra, però, con il dualismo antropologico a cui si è costretti dall’assunzione del modello teleologico, con la sua distinzione netta tra dimensione pre-morale e dimensione morale. E infatti, se la vita non è oggetto che possiedo ma realtà che sono, e se questa realtà che io sono, come scrive Cognato, è soprattutto realtà morale, allora la vita dovrebbe essere anch’essa considerata come un valore morale. Se invece, nonostante l’identità tra la mia vita e la persona che sono, non consideriamo la vita un valore morale, rischiamo di farne un mezzo neutrale, distinto dalla persona che la vive, e di cui la persona potrebbe disporre liberamente: non ci sarebbe differenza tra chi si uccide e chi muore per salvare la vita altrui o tra l’eutanasia e il martirio. Mi sembra che questa differenza, a cui giustamente Cognato tiene, non possa essere garantita né dal criterio del “moralmente buono” né da quello del “moralmente corretto” e nemmeno, infine, dalla combinazione di entrambi. Se “moralmente buona” è una volontà che persegue i valori autenticamente morali dell’imparzialità, della giustizia, della benevolenza ecc., e se “moralmente corretta” è l’azione con cui si può anche rinunciare al valore non-morale della vita in nome di un valore morale più alto, deve esserci un criterio, diverso sia dall’intenzione con cui rinuncio al valore-vita sia dal valore “vita”, che mi consenta di stabilire la differenza tra un modo moralmente buono e uno moralmente cattivo di rinunciare alla vita. In effetti, in base a quale ragione un malato che si uccide per sollevare i parenti da un peso non utilizzerebbe correttamente il valore non-morale “vita” mentre il martire, che invece si fa uccidere pur di non tradire quella che egli ritiene la verità, lo utilizzerebbe correttamente? Se entrambi vanno incontro alla morte con spirito di carità e altruismo, rinunciando liberamente a un valore non morale che serve a esprimere il valore morale della persona, perché mai ci dovrebbe essere una differenza?

Il principio secondo cui la vita andrebbe sempre rispettata, difesa e promossa «per il fatto che essa è il luogo dove tutti gli altri valori possono realizzarsi» (V § 4) non è in grado di fornire alcuna risposta. Anzi, un tale principio, che se considerato parzialmente è senz’altro condivisibile, crea problemi non appena diventa “il” principio. Mi pare infatti che alla luce di questo principio la vita assuma davvero l’aspetto di un contenitore neutro, il cui unico scopo sarebbe quello di essere funzionale a una sorta di “prestazione morale della persona” che, sola, avrebbe valore assoluto. L’idea che la vita sia un valore non-morale non sconta, qui, una dipendenza eccessiva da una visione puramente scientifica della vita, che la concepisce solo come base biologica della persona? Se davvero fosse così, da un lato avremmo senz’altro motivi per rispettare la vita di un embrione umano, nella prospettiva che egli, un giorno, potrà grazie a ciò realizzarsi moralmente, ma, dall’altro lato, non avremmo forse alcun motivo di mantenere in vita un soggetto in stato vegetativo persistente o affetto dal morbo di Alzheimer, le cui possibilità di realizzazione morale sono minime, per non dire del tutto assenti. In effetti la decisione di mantenere in vita un anziano affetto dal morbo di Alzheimer non può essere giustificata facendo appello al fatto che la vita è il luogo in cui tutti gli altri valori possono realizzarsi: quali valori può realizzare un soggetto in queste condizioni? A meno di non affermare che i valori che la vita di tale soggetto consente di realizzare sono quelli che realizzano coloro che, facendosene carico, esercitano in tal modo la loro solidarietà. Solo che, in questo caso, si finirebbe per rispettare la vita del malato non per il valore che essa ha in se stessa ma per il valore che può avere per gli altri. O, peggio, si finirebbe per usare la vita del malato come un mezzo per raggiungere il proprio perfezionamento morale. Davvero la vita è un valore non-morale? Non ci sono casi in cui, invece, la vita umana è in se stessa presenza morale, anche se chi vive non è capace di realizzarsi moralmente?   

 

 

5. Sull’autentico significato degli atti intrinsecamente cattivi

 

Come si può vedere, anche l’idea che la vita sia il più fondamentale dei valori non-morali non è priva di difficoltà una volta che, ragionando teleologicamente, la si applichi a situazioni controverse. Forse tali situazioni sono meglio affrontate e infine risolte da un approccio giusnaturalistico? Come abbiamo visto, Cognato lo esclude, ribadendo che l’idea che esistano atti intrinsecamente cattivi «non tiene in considerazione il fatto che il valore vita possa entrare in conflitto con altri valori, come avviene nei casi di eccezione al principio di inviolabilità della vita, e ciò la rende non adeguata ad affrontare tutte le situazioni che la vita può presentare» (V § 5). Per discutere questo punto, è necessario fare due precisazioni sul modo in cui la tradizione a cui Cognato si riferisce ha definito le norme che riguardano gli atti intrinsecamente cattivi.

            Una prima precisazione riguarda il rapporto che viene istituito tra i beni o i valori coinvolti nell’azione in questione e le corrispondenti norme morali. Limitandoci al valore della vita umana, possiamo dire che la tradizione giusnaturalistica ha formulato, riferendosi a questo valore, una norma assoluta di tipo negativo, che proibisce, sempre e comunque, l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente.  Contrariamente a questa e ad altre (poche) norme di tipo negativo e assoluto, che dunque prescrivono di astenersi sempre dal compiere certe azioni[29], le norme morali positive, che prescrivono un certo atto da compiere, pur essendo sempre valide, non sono sempre obbligatorie, ma devono essere sottoposte a una valutazione delle circostanze, per verificare che non vi siano, nel singolo caso, altri doveri più importanti e più urgenti. Bisogna allora precisare che mentre non osservare le norme negative assolute significa violarle, non applicare le norme positive, che pure sono sempre valide, non significa violarle. Per esempio, “nutri i tuoi figli” è una norma morale positiva, vera e cogente, ma non è assoluta[30]. E infatti, nel caso in cui l’unico cibo disponibile fosse il corpo di un figlio altrui, ancora vivo, quella norma non potrebbe moralmente essere applicata. O, per riprendere un esempio già citato nella Repubblica di Platone e ripreso da Tommaso d’Aquino, la norma “restituisci i prestiti” non dovrebbe essere osservata se, essendomi stata prestata un’arma, colui che me l’ha prestata è impazzito o è diventato un criminale. In entrambi questi casi non osservare la norma non significa violarla.  

Una seconda precisazione riguarda il concetto di “eccezione”. Il sospetto è che le eccezioni di cui parla Cognato siano in realtà azioni di genere diverso da quelle proibite dalla norma. E infatti, l’assoluto morale non è «come un bicchiere di cristallo che non sopporta incrinature: o resta intatto o si sbriciola in mille pezzi»[31], non è cioè un contenuto normativo indifferente alle circostanze concrete nelle quali dovrebbe essere applicato. Al contrario: sono proprio le circostanze che definiscono la sua fattispecie morale[32]. La fattispecie morale “omicidio”, per esempio, non si identifica con l’azione che materialmente causa la morte di una persona, considerata astrattamente e applicata a tutte le situazioni, ma fa riferimento alla particolare circostanza che vede nella vittima una persona innocente piuttosto che, per esempio, un ingiusto aggressore. Allo stesso modo, la fattispecie morale “adulterio” non fa riferimento alla copula fisica, ma alla circostanza che una delle due persone che compiono fisicamente l’atto sessuale è sposata con un’altra persona. Una volta che si sia verificata la circostanza decisiva tutte le altre circostanze diventano moralmente irrilevanti per definire la fattispecie dell’azione. O, diversamente detto, una volta che si siano verificate le circostanze che identificano un certo tipo di azione per es. come “omicidio”, allora tale azione non dovrebbe mai essere compiuta, quali che siano le ulteriori circostanze.

Quanto detto dovrebbe chiarire perché nel caso della legittima difesa, per esempio, non c’è un conflitto tra il valore della vita dell’aggressore e quello dell’aggredito. Questo conflitto esiste solo per l’etica teleologica, in cui l’aggredito si colloca al di fuori di se stesso (fuori delle circostanze) per soppesare i due valori “vita” e per decidere, imparzialmente, quale dei due debba essere sacrificato a beneficio dell’altro. Una visione del genere, trattando astrattamente l’aggressore e l’aggredito come ricettacoli neutri di qualcosa come “il valore vita”, vede nel tentativo di uccidere da parte dell’aggressore e nel tentativo di difendersi da parte dell’aggredito un conflitto tra valori pari (dal momento che entrambi sono soggetti del “valore vita”), conflitto che potrebbe essere risolto solo ammettendo un’eccezione alla regola che impone di rispettare sempre la vita. Nella tradizione giusnaturalista, invece, in cui il giudizio morale non è formulato dal punto di vista dello spettatore imparziale ma dal punto di vista del soggetto agente, non si dà qui un vero e proprio conflitto di valori, cosicché la legittima difesa non è intesa come un’eccezione al divieto di uccidere. E infatti, già per Tommaso d’Aquino[33], l’assolutezza del “non uccidere” riguarda ogni atto direttamente finalizzato alla soppressione di un essere umano innocente, ciò che, propriamente, si definisce “omicidio”. La legittima difesa è ritenuta tale, invece, perché essa non è un’azione finalizzata all’uccisione di un essere umano innocente ma alla sua difesa. La legittima difesa potrebbe essere presentata come un’eccezione se il precetto fosse: “promuovi sempre (in positivo) la vita (in generale)”. Ma poiché il precetto in questione è invece: “non uccidere direttamente (volontariamente) l’essere umano innocente”, quando in una peculiare circostanza l’essere umano è nocente, e tale è l’aggressore, allora ci si può difendere (se si è aggrediti) e si deve difendere (se aggrediti sono gli altri) anche provocando la morte dell’aggressore. Si badi: qui la morte dell’aggressore non è propriamente voluta, e nemmeno è un mezzo che si sceglie di utilizzare per conservare la vita propria o altrui. Piuttosto: si vuole propriamente conservare la propria o l’altrui vita, laddove la morte dell’aggressore, benché materialmente causata dall’azione che si è deciso di compiere, è, dal punto di vista morale, una conseguenza che si tollera (effetto indiretto) e non uno scopo che si vuole o un mezzo che si sceglie (effetto diretto). Senza voler qui entrare nella complessa tematica del “principio del duplice effetto”, ci si può limitare a ricordare che affinché la morte dell’aggressore non sia voluta come mezzo al fine di difendersi ma sia solo accettata come conseguenza collaterale, è necessario che essa si verifichi simultaneamente all’atto mediante cui si ottiene il fine di salvare la propria o l’altrui vita. Cercando di rendere più chiara questa implicazione, Tommaso d’Aquino afferma che se non è mai lecito uccidere per difendersi può essere lecito uccidere difendendosi[34]. Che sia così è dimostrato dal fatto che se la mia o l’altrui vita potesse essere conservata in altro modo, evitando la morte dell’aggressore, lo si farebbe. Che si arrivi invece a provocarne la morte per conservare la propria o l’altrui vita è circostanza da addebitare alla scelta dell’aggressore stesso e non alla scelta di chi, in questo modo, esercita il proprio legittimo diritto/dovere di difesa. Se dunque l’azione intrinsecamente cattiva riguarda solo la scelta deliberata di uccidere un’altra persona o come fine o come mezzo in vista del fine, allora la legittima difesa non è un’eccezione al precetto “non uccidere” e non c’è nessun bisogno di rivedere l’assolutezza della norma.

Alla prospettiva appena delineata viene mossa, dal punto di vista teleologico, l’accusa di ritenere impropriamente assoluta una norma che si riferisce a un bene (la vita fisica, la fedeltà coniugale ecc.) che non è assoluto. Assolutizzare un bene finito tutelandolo con una norma morale assoluta, si dice, non equivale a una forma di idolatria?[35] Come spiega molto chiaramente Finnis, questa obiezione si fonda «su un equivoco circa il significato del termine “assoluto”. “Norma morale assoluta” non significa nulla più che “norma morale inderogabile”. Norme di questo genere sono proposte come vere non perché i beni che tutelano siano assoluti, ma perché “non può” essere ragionevole avere nei confronti di essi determinate disposizioni della volontà, per esempio intendere la loro distruzione, il loro danneggiamento o impedimento»[36]. A questo chiarimento, ricavato da una corretta lettura della dottrina tradizionale, si può aggiungere l’odierna valorizzazione, da parte di autori come Emmanuel Lévinas e Hans Jonas, del rapporto tra l’assolutezza dell’istanza morale e la contingenza del bene a cui tale istanza fa riferimento. Rimangono proverbiali, da questo punto di vista, le pagine di Lévinas sulla fragilità del volto e quelle di Jonas sul rapporto tra i genitori e il neonato. In entrambi i casi la fragilità e la povertà dell’altro, e dunque la radicale contingenza del bene, non escludono ma piuttosto esigono una totale e incondizionata dedizione morale[37].   

 

 

6. Quale problema? Quale soluzione? Dall’agire morale al fare tecnico

 

Come abbiamo visto, uno dei difetti dell’etica che ammette l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi è, secondo Cognato, quello di non essere in grado di risolvere i problemi che «tutte le situazioni della vita» possono presentarci. Una buona cartina di tornasole per verificare la pertinenza di questa obiezione è il caso, citato spesso nei dibattiti di filosofia e di teologia morale (soprattutto dello scorso secolo[38]), di un uomo a cui viene chiesto di uccidere un bambino sotto la minaccia che, se egli si rifiuta, verranno uccisi altri dieci bambini. Questo tragico caso è a mio avviso particolarmente interessante perché dimostra, in modo efficace, le aporie del modello etico teleologico. E infatti, dal punto di vista teleologico sarebbe non solo lecito ma addirittura doveroso uccidere un bambino qualora le conseguenze di questa uccisione fossero la salvezza della vita di altri dieci bambini e il perfezionamento morale delle loro persone. In questo caso le conseguenze sia non-morali sia morali dell’uccisione sarebbero nettamente migliori del danno causato, che è quello dell’eliminazione del valore non-morale “vita di un bambino” e del valore morale “possibile perfezionamento morale del bambino ucciso”. A voler valutare le conseguenze, la realizzazione morale di dieci bambini divenuti adulti, in effetti, è meglio della morte e del mancato perfezionamento morale di un solo bambino. Il criterio della valutazione delle conseguenze, applicato alla distinzione tra beni morali e beni pre-morali, ci porta pericolosamente vicini a questo esito. A meno di non riconoscere che non tutte le azioni sono suscettibili di essere valutate moralmente sulla base delle conseguenze, ammettendo l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi, che non possono mai essere compiuti, come sostiene la dottrina classica della legge naturale.

Ora, invece, i sostenitori dell’etica teleologica ritengono che l’affermazione di atti intrinsecamente cattivi, considerati tali a prescindere dalla valutazione comparativa delle conseguenze, sia di ostacolo in situazioni estreme come queste. Identificare una certa azione come intrinsecamente cattiva, come scrive per esempio Schüller, significa non «tener conto di quali catastrofiche conseguenze la sua omissione possa avere»[39]. Da questo punto di vista, si potrebbe dire che rifiutarsi di uccidere un bambino equivarrebbe all’atto egoistico di chi, pur di non macchiarsi la coscienza, manderebbe a morte dieci bambini, benché potesse evitarlo. Il problema sarebbe invece risolto – nonostante il teleologo riconosca che non si tratta certo di una soluzione ideale ma di una soluzione imposta da uno stato di necessità – una volta che si sia valutato che la morte di un bambino (sia in termini non-morali che morali) è meglio della morte di dieci bambini. E infatti, anche optando per l’uccisione di un bambino innocente, il teleologo non verrebbe meno alla sua idea di tutelare la vita, per il semplice fatto che, valutando tutti i valori e i disvalori in gioco e non essendoci altre vie d’uscita, opterebbe per la salvezza del numero maggiore di vite (il «maggior bene» di cui parla appunto Schüller).

In questa proposta di soluzione tutta l’attenzione si concentra su ciò che il soggetto intende ottenere compiendo la sua azione. L’azione, in se stessa, è considerata un evento moralmente neutro, il cui significato morale può rivelarsi solo dopo aver valutato intenzioni, circostanze e conseguenze. Così, per esempio, mentre per l’etica teleologica avere un rapporto sessuale con una persona diversa dal proprio coniuge sarebbe un evento materiale, eticamente neutro, che diventa moralmente valutabile non appena consideriamo le circostanze, le intenzioni di chi compie l’azione e le conseguenze che ne derivano, per l’etica giusnaturalistica, al di là delle intenzioni con cui lo si fa, delle circostanze e delle conseguenze, nella misura in cui si sceglie di compiere un atto sessuale con una persona diversa dal proprio coniuge, si è già di fronte a un’azione moralmente cattiva. In effetti il motivo in base a cui si compie un’azione non può concentrarsi esclusivamente sulle conseguenze, rendendo del tutto irrilevante l’azione. Ciò che faccio, qui e ora, non può essere del tutto separato dal motivo per cui lo faccio, perché anche per ciò che faccio devo avere un motivo: anche per ciò che faccio, in altri termini, devo compromettere la mia volontà. Come ha mostrato Tommaso d’Aquino con la sua fenomenologia dell’atto morale, mirare a un fine e volere il mezzo costituiscono un unico e medesimo atto della volontà[40]. Anche il mezzo, infatti, assume il carattere di fine, nel senso che è pur sempre qualcosa che si vuole e che ci si sforza di raggiungere (per questo il “mezzo” è anche definito “fine prossimo”). L’etica teleologica, invece, riserva l’autentica responsabilità morale solo all’intenzione che si porta sul fine remoto, sganciandola totalmente dalla volontà del mezzo (fine prossimo). Ma forse il rapporto tra la mia libera volontà e ciò che faccio qui e ora, quello che classicamente è definito l’oggetto dell’atto, non può essere facilmente accantonato. Non sarà inutile ripetere, contrariamente a quanto pensano i sostenitori dell’etica teleologica, che l’oggetto dell’azione non è, in prima battuta, il “comportamento” esteriore e materiale dell’azione, ma ciò che una persona liberamente sceglie[41]. L’oggetto dell’atto “rubare un cavallo”, per intenderci, non è il cavallo, ma la libera scelta di rubarlo, e dunque ciò che viene fatto nella misura in cui esprime la volontà di chi agisce e attraverso cui, naturalmente, si concretizza l’intenzione di raggiungere un qualche bene (vista l’unità del volere, che intende tanto il fine quanto il mezzo). La volontà dunque, non coincide con l’intenzione. Chi sotto pressione uccide un bambino per evitare che ne vengano uccisi altri dieci, per dirla con Tommaso d’Aquino, «agisce con buona intenzione, ma inutilmente, in quanto manca la buona volontà»[42].

Ed ecco il punto decisivo: chi ha l’intenzione «di tutelare la vita», può volere, qui e ora, l’uccisione di una persona umana innocente? Può l’intenzione di salvare dieci bambini rimanere buona quando, per realizzarsi, costringe a volere un atto che comporta l’uccisione di un bambino? Perché voler salvare la vita degli uni dovrebbe qualificare moralmente la volontà più di quanto non faccia il voler sopprimere la vita dell’altro? Perché un medico che espianta gli organi di una persona viva e sana, per salvare altre tre persone, dovrebbe essere meritevole di aver salvato la vita di tre persone al prezzo di una piuttosto che essere responsabile di omicidio?

Dal punto di vista teleologico si potrebbero denunciare queste domande come domande puramente retoriche, che presuppongono ciò che invece deve essere dimostrato. Per l’etica teleologica, in effetti, uccidere l’innocente non significa fare il male per ottenere il bene (e dunque accettare il principio che il fine giustifica i mezzi), dal momento che prima di definire un “male” l’uccisione di una persona bisogna appunto valutare le conseguenze. E, in questo caso, alla luce della valutazione comparativa delle conseguenze in vista del maggior bene, l’uccisione non è affatto un male. Tuttavia, se, come lo stesso Cognato riconosce, «l’atto di togliere la vita non può mai essere un’azione azzardata» (V § 4), mi chiedo se in questo caso ci siano le condizioni per non definire azzardata questa uccisione. Certo, se in base al primato delle conseguenze in termini di comparazione dei beni un’etica ammette, fin dall’inizio, che tra le possibilità di azione di un uomo moralmente buono c’è anche l’omicidio volontario di un bambino innocente, allora nel caso in questione «non ci sono vie d’uscita» che quella di uccidere il bambino. Ma davvero l’omicidio di un innocente è una via d’uscita? E una via d’uscita verso dove? Forse verso la disperazione se, dopo aver ucciso il bambino, gli altri dieci bambini vengono uccisi lo stesso. Del resto non si può escludere che, anche se mi rifiuto di uccidere, quei dieci bambini non vengano uccisi.  

Qualunque combinazione possiamo immaginare, oltre a evidenziare l’imprevedibilità delle conseguenze della nostra azione (su cui tornerò), mette in luce l’inadeguata concezione dell’atto morale propria dell’etica teleologica. Rimuovendo la fondamentale distinzione aristotelica tra praxis e poiesis, tra agire immanente al soggetto e agire produttivo di stati di cose esterni[43], l’etica teleologica riduce l’agire morale a un fare tecnico, che concentrandosi esclusivamente sulle conseguenze esterne dell’azione, finisce per addossarsi la responsabilità anche delle conseguenze non volute. E infatti: se in conseguenza del mio rifiuto di uccidere vengono uccisi dieci bambini, non sono io che, con il mio rifiuto di ucciderne uno, ho causato e voluto la loro morte, ma sono stati altri a farlo contro il mio volere. Invece, pensare, come fa il teleologo, che la morte di quei dieci bambini sia da attribuire al mio rifiuto di ucciderne uno significherebbe cancellare il concetto di atto morale: la mia azione morale, infatti, diventerebbe qui un accadimento fisico che mette in moto una serie di eventi, tra i quali rientrerebbe anche quello della morte di dieci bambini. Ma poiché la morte di questi dieci bambini sarebbe causata, prima ancora che dal mio rifiuto di ucciderne uno, dalla scelta deliberata dei miei ricattatori, per dire che io sono responsabile della morte di questi bambini dovremmo concludere, assurdamente, che la vera causa delle scelte degli altri sono le mie scelte. Ad essere veramente libero e responsabile sarei solo io e non anche i ricattatori che, in conseguenza delle mie azioni o omissioni, scelgono di uccidere i dieci bambini. Anzi: i ricattatori non sceglierebbero affatto, limitandosi ad eseguire passivamente qualcosa le cui premesse sono io ad aver creato. Le scelte morali degli altri, essendo solo gli effetti di una catena causale messa in moto dalle mie scelte morali, sarebbero ultimamente imputabili a me.    

Come dimostrano queste osservazioni, quello che rimane decisamente problematico, nell’ottica teleologica, è il concetto di responsabilità morale. Lo si vede chiaramente proprio nell’esempio di chi si rifiuta di uccidere un bambino sotto la minaccia che ne verranno uccisi dieci: per quanto attiene alla responsabilità delle sue azioni, se una persona si rifiuta di uccidere sotto ricatto, fa la sola cosa giusta, anche se altri uccideranno dieci bambini in conseguenza di questo suo rifiuto. Per l’etica teleologica, invece, quest’uomo sarebbe responsabile della morte di quei dieci bambini perché l’ha comunque prevista come possibile conseguenza del suo rifiuto di uccidere. Ma se è così, dobbiamo trarre la strana conclusione che egli è responsabile delle azioni degli altri. Sono gli altri, infatti, e non lui, che hanno deciso di uccidere quei dieci bambini. Più radicalmente: sono gli altri, e non lui, che hanno creato una situazione in cui il rifiuto di uccidere un bambino dovrebbe causare la morte di altri dieci bambini: di questa situazione sono responsabili coloro che l’hanno deliberatamente creata e non chi vi si trova costretto. Ciò di cui è propriamente responsabile colui che viene ricattato sono le sue azioni o omissioni, e non quello che altri, in conseguenza delle sue azioni o omissioni, minacciano di fare contro il suo volere. Si parla, per questo, di novus actus interveniens: quando in conseguenza di una mia azione o omissione vi sia un nuovo atto compiuto liberamente da un altro soggetto, ha inizio una nuova serie di effetti che dovranno essere moralmente attribuiti a questo secondo soggetto e non al primo[44].   

Certo non si vuole escludere, qui, che la responsabilità di un soggetto che cedesse al ricatto sarebbe fortemente ridotta dalle circostanze tragiche della situazione e, in soggetti particolarmente fragili, potrebbe addirittura essere del tutto assente. Ma qui non è in gioco il grado di responsabilità soggettiva di chi agisce, ma la moralità del gesto: si tratta di capire, in altri termini, se nonostante la forte pressione di un ricatto del genere si possa conservare la libertà di compiere o di non compiere l’azione e, dunque, si possa far rientrare l’azione in oggetto tra le azioni moralmente valutabili come giuste o ingiuste. A questo proposito è interessante una pagina di Aristotele, che conviene citare integralmente:

 

Tutte le azioni che si compiono per paura di mali maggiori o in vista di qualche bene è dubbio se siano involontarie o volontarie: ad esempio se un tiranno che sia padrone dei nostri genitori e dei nostri figli ci comanda di fare qualcosa di turpe, sì che se lo facciamo essi si salvano, se non lo facciamo essi devono morire. Un caso simile accade anche quando durante le tempeste si gettano in mare le proprie cose: senza motivo infatti nessuno le getta volontariamente, bensì chiunque abbia senno lo fa per salvare se stesso e gli altri. Tali azioni sono dunque miste, ma sono più simili a quelle volontarie. Esse infatti sono deliberatamente volute nel momento in cui si compiono [...]. Per siffatte azioni talora si viene anche lodati [...]. In alcuni casi poi non si ottiene la lode, ma il perdono, quando qualcuno abbia compiuto cose che non si debbono compiere per motivi tali che oltrepassano la natura umana e che nessuno potrebbe sopportare. Alcune cose tuttavia non è lecito farle neppure se costretti [...].[45]

 

Come si può vedere, Aristotele esclude che la forte pressione psicologica che inclina a compiere una certa azione giustifichi, di per sé, tale azione. Soprattutto quando si tratta di azioni che posseggono una moralità intrinseca, che non può essere annullata nemmeno dalle circostanze più problematiche, al soggetto viene riconosciuta quella capacità di volere che rimane condizione necessaria perché l’azione sia moralmente valutabile. Ora, poiché il teleologo ritiene che anche in casi tragici il soggetto possa gestire moralmente la situazione, può essere utile fare qualche altro esempio di azione “mista”, per verificare se davvero l’etica teleologica sia in grado di risolvere, in modo adeguato, i «problemi che la vita può presentare».

Immaginiamo che io sia sposato, e sia così attraente che una donna minaccia di uccidersi se mi rifiuto di avere un rapporto sessuale con lei. Ora, poiché dal punto di vista teleologico io sono responsabile innanzitutto delle conseguenze previste delle mie azioni e omissioni, se mi rifiuto di fare l’amore con questa donna sono responsabile della sua morte (sono colpevole di omissione di soccorso!). Dovremmo concludere che ci sono casi in cui il tradimento della propria moglie è un atto non solo moralmente lecito ma addirittura doveroso, poiché è doveroso salvare la vita di una persona quando lo si può fare a prezzo di un bene minore, quale è la fedeltà coniugale. Teleologicamente, la persona che sceglie l’adulterio, essendo l’unica che può evitare la morte di questa donna, eserciterebbe il valore della carità nel modo più pieno e imparziale, dal momento che non si farebbe condizionare dal proprio interesse di salvaguardare il suo matrimonio, che comunque potrà essere conservato tenendo nascosto alla moglie quello che è successo. In effetti, anche in questo caso le conseguenze dell’azione “confessare alla propria moglie di aver fatto l’amore con un’altra donna per salvarle la vita” sarebbero probabilmente dannose per il bene morale dell’unione matrimoniale. Né vale obiettare che dal punto di vista teleologico l’adulterio sarebbe comunque sbagliato perché la vita della donna è un valore non-morale mentre la fedeltà coniugale è un valore morale: se infatti vi fossero buone probabilità che mia moglie mi perdonerà, incrementando il valore affettivo e morale della nostra unione, l’adulterio potrebbe rimanere un atto teleologicamente doveroso in situazioni di crisi coniugali. Questo non significa che dal punto di vista teleologico sia impossibile dichiarare illecito l’adulterio. Dipende dalle circostanze. Per rimanere al nostro caso, se la donna che minaccia di uccidersi è una prostituta che, continuando a vivere, porterà alla perdizione morale centinaia di uomini, allora sarebbe doveroso rifiutarsi di avere un rapporto con lei, in modo da provocarne la morte. Qui l’adulterio verrebbe dichiarato moralmente illecito non perché tradisce la fiducia che un coniuge ripone nell’altro, ma perché le conseguenze prevedibili in termini di “maggior bene” (non-morale e morale per tutte le persone coinvolte) sarebbero nettamente migliori di quelle che provocherebbe la scelta dell’adulterio. 

            Ma anche un medico che guarisce un suo paziente che notoriamente maltratta moglie e figli sarebbe responsabile di questi maltrattamenti, visto che questi ultimi sarebbero previsti dal medico come conseguenze della sua azione di guarigione. Un medico che in questo caso adottasse un punto di vista teleologico avrebbe il dovere di non curare il suo paziente o addirittura di danneggiarlo[46].

Ancora: da un punto di vista teleologico, di fronte alla prospettiva di sacrificare un certo numero di embrioni umani per aumentare le probabilità di successo delle tecniche di fecondazione artificiale, ci sarebbe il dovere di farlo, perché i benefici ottenuti in termini di autorealizzazione morale dei genitori compensano la morte di embrioni che tra l’altro, privati del valore non-morale della vita a beneficio dei loro genitori, sarebbero insigniti della palma del martirio.

Ma si possono fare esempi ancora più estremi, che dimostrano, una volta che accettiamo il modello etico teleologico, che non disponiamo più di un criterio che ci protegge dalle conclusioni più sconcertanti: nel caso in cui Giuda avesse saputo che solo consegnando Cristo al Sinedrio si sarebbe potuta realizzare la redenzione dell’umanità, rifiutarsi di tradire Cristo sarebbe stato, da parte sua, un atto intrinsecamen